Raid mafioso in officina: DDA Catania ricostruisce l’agguato armato

Cinque arresti per il raid mafioso documentato dai militari

Su delega della Procura distrettuale di Catania, circa cinquanta Carabinieri hanno eseguito all’alba una vasta operazione che ha portato all’arresto di cinque persone, ritenute coinvolte — allo stato delle indagini e nel rispetto della presunzione di innocenza — in un raid mafioso avvenuto il 1° ottobre 2025 all’interno di un’officina di Paternò. Il provvedimento restrittivo è stato emesso dal GIP su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo avrebbe agito in concorso per tentato omicidio e detenzione e porto illegale di armi, con l’aggravante del metodo mafioso. L’indagine, sviluppata tra settembre e dicembre 2025 dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Catania e dalla Sezione Operativa della Compagnia di Paternò, affonda le sue radici in un precedente episodio: il ferimento, il 30 agosto 2025, di un giovane legato a una famiglia di rilievo di un noto clan locale.

Quel primo fatto, inizialmente interpretato come una lite degenerata, avrebbe invece generato una rapida escalation di tensioni, alimentata dal peso criminale del nucleo familiare coinvolto. Le intercettazioni registrate nelle ore successive al ferimento avrebbero evidenziato un clima di vendetta imminente, con propositi ritorsivi espressi in modo diretto da esponenti del gruppo mafioso.

Il 1° ottobre 2025, secondo la ricostruzione della DDA, la situazione sarebbe precipitata. Un commando composto dai cinque indagati — uno armato di pistola e un altro di una mazza — avrebbe raggiunto l’officina del padre dell’uomo ritenuto responsabile del primo ferimento. L’azione, descritta come violenta e dimostrativa, avrebbe portato all’esplosione di tre colpi d’arma da fuoco, uno dei quali avrebbe colpito la vittima alla mano sinistra.

La ricostruzione dell’agguato è stata possibile grazie a una combinazione di intercettazioni, attività dinamiche e acquisizione di materiale video. Durante le indagini, i Carabinieri hanno individuato un sistema di videosorveglianza installato nell’officina teatro dell’attacco. I dispositivi informatici, sequestrati in occasione dell’arresto del giovane coinvolto nel primo episodio, hanno permesso di recuperare i filmati utili a definire con precisione la sequenza dei fatti.

L’analisi dei fotogrammi avrebbe consentito di ricostruire l’intera dinamica: l’arrivo del gruppo, l’irruzione nell’area di lavoro, l’esplosione dei colpi e la successiva fuga. Un tassello ritenuto decisivo dagli investigatori per attribuire ruoli e responsabilità ai partecipanti.

Ulteriori elementi sono emersi dall’esame delle comunicazioni telefoniche. In una chiamata intercettata, la vittima del raid avrebbe riferito a un familiare di essere stata colpita e di aver reagito sparando a sua volta con una pistola che teneva a portata di mano. Nonostante non abbia denunciato l’accaduto, il ferimento è stato confermato dal referto dell’ospedale “Cannizzaro” di Catania, dove l’uomo si era recato sostenendo di aver avuto un incidente stradale.

Il quadro complessivo, ritenuto solido e coerente, ha portato la Procura a contestare anche l’aggravante prevista dall’art. 416 bis.1 c.p., poiché l’episodio sarebbe maturato all’interno di un contesto associativo mafioso e caratterizzato da modalità operative tipiche delle organizzazioni criminali radicate nel territorio.

Sulla base degli elementi raccolti, il GIP ha disposto la custodia cautelare in carcere per tutti e cinque gli indagati, ritenendo sussistenti le esigenze cautelari e la gravità del quadro indiziario delineato dagli investigatori.

By Morena Zingales

Giornalista professionista

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